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FAQ - Frequently Asked Questions

 

Premessa
Un tempo, durante l’epoca eroica dei siti internet, quando ancora si usavano banali pagine scritte in html (come quelle che scrivo io, perché non ho tempo da perdere in fronzoli che non incanterebbero nessuno) c’era immancabilmente la sezione F.A.Q., le «frequentemente domandate domande», denominazione che in italiano suona ridicola ma che in inglese possiede un’aura di grande modernità, perlomeno per un paio d’anni (dopo di che è obbligatorio cambiare, tant’è che anche qui sono abbondantemente out-fashioned o semplicemente out).
Visto che non mi chiedono pareri sulla genesi delle metafonie, sul meccanismo della mobilità storica dell’accento, sulla questione della «dittongazione romanza» e se essa abbia avuto esiti nelle parlate gallo-italiche, ma mi fanno domande molto più imbarazzanti, vorrei una volta per tutte fornire risposte e non dovere sempre dire le stesse cose (invano, per di più). Le prime due domande sono decisamente quelle più «gettonate» e non saprei dire quale sia in testa alla Top Ten. Sono di diversa natura e la prima si liquida più rapidamente. La seconda va per le lunghe, un po’ come la legge elettorale. Circondato da tanta curiosità, cercherò di essere chiaro e conciso.

 

Il piemontese viene dal francese?
No. Viene dal latino, su base celtica, o meglio gallica, proprio come il francese. Ecco che le parlate francesi e quelle piemontesi, valdostane, liguri, lombarde ed emiliano-romagnole sono «sorelle» di quelle francesi, anche di quella che è diventata il francese per eccellenza (non propria, ma per eccellenza politica, che a noi piemontesi è mancata o si è rivoltata contro di noi). Aggiungerò ad abundantiam che il piemontese non è un dialetto dell’italiano e che il canavesano non è un dialetto del torinese, per gli stessi motivi: sono tutti rami dello stesso tronco. Alcuni hanno avuto fortuna, altri meno.

 

Come si scrive il piemontese?
E ancora: Perché non si scrive come si pronuncia? Come devo scrivere la esse dolce? E quella dura?
Un dialetto, una lingua, sono fenomeni orali. Quando prendono piede, ecco che si scrivono e assurgono a uno status superiore, più ufficiale. È bene allora che il piemontese si scriva (ma bisognerebbe soprattutto parlarlo).
Ma come si scrive? Di ufficiale non c’è nulla, perché il piemontese ha una posizione intermedia: non è una lingua in pericolo (come il francoprovenzale) e non è una lingua ufficiale, perciò non merita alcuna attenzione da parte di chi ci amministra. C’è una grafia affermata, detta Pacotto-Viglongo, o «dei Brandé». Poi ci sono altre grafie, in particolare quella inventata dal prof. Bruno Villata, che egli ha pomposamente battezzato come «grafia internazionale» (forse perché lavora in Canada). Essa pretende di «scrivere come si parla», come vorrebbero tutti, in modo che tutti possano scrivere questo benedetto piemontese, anche i più vecchi e i più piccini. Ma non si può scrivere come si parla, sono due cose diverse. C’è persino un sistema di trascrizione scientifica, questa veramente internazionale, detta International Phonetic Alphabet, IPA. Ma, naturalmente, circolano ancora le vecchie grafie scientifiche di origine ottocentesca, che ancora molti insigni docenti universitari usano, magari mescolandole con l’IPA, magari anche con le vocali con l’Umlaut. Molti linguisti, dunque, come i poeti piemontesi di provincia, usano le grafie a loro modo, inventandosene una e a volte neppure seguendo uniformemente la loro stessa invenzione.
Una lingua che si rispetti ha una sola grafia. Pensate all’inglese, al francese. Una lingua che non si rispetta (che non rispetta se stessa) ha tante grafie quanti sono quelli che scrivono, o quasi. Ogni grafomane piemontese rimane deluso: della Pacotto-Viglongo perché complicata e che confonde le idee; della Villata perché non gli piacciono tutte quelle dieresi che si addensano sulle vocali; e dell’IPA, non parliamo dell’IPA, pedante che non sei altro! Ognuno si inventa la sua grafia, che sarà sempre meglio di quelle che ha visto in giro. Allora però mi chiedono: «ma come scrivo la esse dolce»? Con lo zucchero, dico io, filato, color rosa. «Come scrivo la esse dura?» Col fil di ferro, ma attenzione a non ferirsi le mani, perché di solito quello che si trova in garage è anche un po’ arrugginito.

 

Altre domande?
... ci sto pensando. Ora devo andare a pagare l'IMU.

Livio Tonso, 22.01.2014

 

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